Paolo Pasotto, metanaturalismo e informale

La vibrazione di una superficie scossa per un istante si fissa quasi meccanicamente sulla tela, come se fosse essa stessa a emergere, quasi indipendente, e la mano dell’artista fosse solo un mezzo, sfruttato passivamente, per sfuggire a quel ruolo di “cosa morta” che è il quadro.
Una realtà epidermica, nucleare, biologica prende terreno e si manifesta in una “carne Universale”, come la descriverà poi lo stesso autore, così sulla tela s’imprimono immagini che richiamano l’idea di città disabitate e spettrali, che incastonano paure oniriche in anse di ombra, oppure, talvolta, s’incontrano scorci di superfici cerebrali quasi monocrome ridotte all’osso da una figurazione essenziale, o immagini di entità primordiali mosse e schiacciate da un’inquietudine ansiogena che riescono a malapena a esser contenute dallo spazio del quadro. Il terreno su cui si muove Paolo Pasotto è un terreno altro rispetto alla realtà. Tutto si muove su un piano parallelo alieno: il passo è felpato e lento, ragionato, i suoni paiono attutiti sulla morbidezza della linea e il tempo, nel suo fluire incessantemente, è cristallizzato nella sintesi delle numerose alterazioni che impone alla materia.
L’esperienza di Pasotto non è delle più comuni: ci si sarebbe forse aspettati che un artista, classe 1930, si fosse abbandonato placidamente al fluire di un’epoca che aveva segnato con continue variazioni di gusto il moltiplicarsi quasi pedante delle normalizzazioni delle grandi rivoluzioni delle avanguardie. Eppure, un brillante spirito teorico lo spinge ad andare oltre alla semplice pratica artistica, lo porta ad analizzare la profonda essenza del fare arte, alla ricerca dei significati latenti e della sintesi dell’esperienza d’arte di tutti i tempi. Mai, tuttavia, questa analisi mina in alcun modo l’esperienza del suo sentire. È quasi come se il grande sforzo di ricerca delle tensioni dell’Essere scaturisse non dal suo pensiero, ma dalla pratica del pennello. A questa impressione gioca, certamente, la conoscenza di Paolo: l’uso comune con qui manifesta, attraverso piccoli gesti che rompono il silenzio, uno spirito che tende costantemente all’Amore, al rispetto per ogni forma di vita, senza mai peccare di nessuna forma di arroganza, sentirlo raccontare delle sue mostre, come se fossero poca cosa, e imparare una straordinaria lezione di modestia.
Si articola, così, nel suo pensiero, il Metanaturalismo: “Senza retrocedere sui passi di quel ciclo artistico culturale che- scrive Pasotto – comprendevo essersi ormai compiuto. Sentivo l’Informale come immagine della Sostanza Primordiale” e da quella Sostanza ripartiva per discendere verso un altro versante, quello che portava a identificare il quadro come esclusivo mezzo di espressione e a credere nella “Pittura – Pittura” come trasmissione di una Vita Universale che fosse eternata nel quadro.
Dal gesto prende avvio la riflessione teorica e l’esito e quello di una pittura mai cervellotica mai costretta entro rigidi schemi mentali, ma fluente immediata e persino giocosa, una pittura incredibilmente viva.
Intorno agli anni ’60 predominano le tinte brune, le terre e tutto vibra nel gioco di grigi e marroni che paiono negare quella tendenza al materialismo artefatto di un surrealismo di cui forse aveva sentito il richiamo in precedenza. Il gioco di luci e ombre non connota mai con esattezza il luogo o il soggetto e tutto è avvolto sotto uno strato di terra/pelle che copre e protegge. Solo in seguito la tavolozza si schiarisce progressivamente e accoglie le dolci note delle cere o delle ciprie, toccando repentinamente inattesi esiti lirici. Innegabile la matrice onirica surreale si dispiega placidamente con calma inattaccabile e l’esito di un’esperienza artistica senza eguali segna il corso del tempo.

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