Innanmorarsi di Cézanne a Milano

A sentire parlare dell’ennesima mostra sul padre dell’arte contemporanea, Paul Cézanne, si potrebbe esser colti da scompenso: dopo averlo conosciuto in tutte le salse, abbinato uno a uno con i protagonisti dell’impressionismo o delle avanguardie storiche e dopo averlo sorbito anche in veste teorica sulla volontà di trasformare “impressionismo in qualcosa di solido come l’arte dei musei” ci si potrebbe convincere che a rivedere le grandi bagnanti, le case a l’Estaque, o il profilo della montagna di Sainte Victoire non ci sia niente di nuovo da scoprire, eppure la mostra è una piccola sorpresa, lo dico con l’entusiasmo baldanzoso di chi la mostra l’ha appena visitata e ne è uscito con quel gradevole senso di appagamento che si ha quando ci si rende conto di aver ben speso i soldi del biglietto.

Cézanne. Les ateliers du midi” a Palazzo Reale, Milano, fino al prossimo 26 febbraio, è il racconto di un uomo la cui vita diventa arte, come lo definì Èmile Bernard, oppure la si può considerare una mostra che racconta, attraverso i luoghi, la frustrazione di un artista perennemente scontento del risultato delle sue fatiche, schiavo di questa frustrazione, ma fermamente convinto che la famigliarità al luogo natio, di cui riconosce la fisionomia come oggetto imprescindibile per l’atto artistico, lo possa aiutare a superare la semplice mera riproduzione istantanea della realtà. l’unico mezzo è la pratica,ripetuta, estenuante, ossessiva, la reiterazione dei medesimi soggetti al fine di scovare cose si nasconda dietro.

Se l’Impressionismo, dopo secoli di rigide classificazioni di genere, anche con ingenua leggerezza, aveva stravolto il sentimento e il gusto, elegendo il paesaggio a soggetto, alterando i valori culturali e agendo persino sul formato dell’opera, l’ambizione di Cézanne certo doveva sembrare ancora più fortemente ardita.

La Provenza, la sua luce, la sua natura e il vento, sono l’oggetto della mostra poiché essi sono l’oggetto della passione di Cézanne.

“Tenace” dovrebbe essere l’aggettivo per definire il suo spirito ansioso di rendere vero quell’imperativo teorico di sintesi della realtà affinché la realtà stessa, attraverso la rielaborazone di sentimenti e intelletto, tramite il suo pennello, diventi forma simbolo. Altrettanto tenace è la sua lotta contro se stesso, fino all’ultimo, quando malato resta immobile sotto la pioggia e viene trascinato esanime su un carro.

Sono state scritte migliaia di pagine su ognuno di questi aspetti, ma la mostra, per quanto piccola, sa rendere tangibile questa ricerca.

Tutto è scandito nelle sale del pian terreno di Palazzo Reale: i primi passi incerti, articolati nelle lettere di Émile Zolà all’amico Paul indeciso sulla strada da intraprendere: “Vuoi che ti dica una cosa? Non arrabbiarti però: tu non hai carattere. Scansi ogni forma di sforzo mentale, e mi addolora che tu soffra di questa insicurezza e credo che sarebbe una ragione in più per prendere un partito. Uno o l’altro: diventare un vero avvocato o diventare un pittore, non diventare una creatura indecisa con l’abito macchiato di colore!!”(1858) e poi la frustrante esperienza parigina, quando scopre l’arte dei musei e subisce l’infatuazione per Géricault, le campagne di pittura en plain air con Pisarro quando il tocco del pennello si fa più rapido e la luce rischiara la scena, fino alla comprensione che le ombre non potranno mai essere nere e la realtà delle cose si articola in forme e volumi fino a giungere ad essere lui stesso un tutt’uno non solo nello spazio ma anche nel tempo. È una mostra completa, di quaranta opere che difficilmente ci si aspetterebbe di vedere e che pure sanno affascinare e offrire al pubblico un nuovo Cézanne, intimamente raccontato, emblematicamente rappresentato anche dagli schizzi casalinghi.

L’allestimento poi, curato da Corrado Anselmi, scandisce, passo dopo passo, quel percorso interiore ed estetico verso l’affermazione di una nuova figura di artista consapevole, e conduce il visitatore dentro lo spazio del reale vissuto di Cézanne: il fruscio del vento, le grandi riproduzioni fotografiche dei suoi atelier, la riuscita allusione a un luogo che diventa tempio dell’elaborazione di una nuova via dell’arte.

Splendida la serie di ritratti, certo impersonali, in cui occhio e cervello dell’artista hanno concorso alla riorganizzazione delle sensazioni al fine di creare una nuova via di espressione, scevra di accezioni etiche o psicologiche: un uomo, come una caffettiera, sua moglie come un totem, indagati solo nella loro fisionomia compatta eppure involontariamente espressivi e straordinariamente concreti. Nelle ultime sale oro, azzurro e violetto si impossessano delle tele diventano quasi colori primi, simbolo del raggiungimento di quell’intento sintetico, la montagna di Sainte Victoire è diventata un’ombra famigliare, quasi un triangolo violetto entro un cielo lattiginoso, che conosce fin troppo a fondo la forza del vento per non riuscire a contrastarlo.

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