Storie d’Arte dei nostri giorni

piccole e grandi sfide di artisti viventi

Luciana Ricci Aliotta: Sonorità Liquide in mostra in Piazza Maggiore

Spasimi

Luciana Ricci Aliotta, Spasimi

Flussi di pura energia si dipanano da un fulcro invisibile come nastri accarezzati dal vento nelle opere di Luciana Ricci Aliotta. Il colore diventa il principio primo della creazione, è un colore indomabile che sembra prendere il sopravvento sulla capacità cognitiva dell’artista per coinvolgere in una gioia panica di incontenibile pienezza. In realtà il gioco si chiarisce quando dietro a questa apparente leggerezza si percepisce la visione di un mondo consapevole dell’inscindibilità di gioia e dolore e si comprende che a muovere queste onde lievi e trasmutanti non è l’istinto ma l’intelletto consapevole e raffinato della Ricci Aliotta: un’artista delicata, ma profonda, colta, eppure libera. Una meditazione lenta e silenziosa la porta a scegliere con cura spasmodica la via utile per tradurre il suo sentimento d’arte in una molteplicità di mezzi, che non cedono mai il passo nemmeno davanti alle sperimentazioni informatiche. É come se, davvero, ancora per un istante, in questo ventunesimo secolo, l’avanguardia artistica non si fosse svuotata dei suoi contenuti, e, tutt’altro che assonnato, il mondo dell’arte avesse trovato come scaturire in opere di grande bellezza e pura essenza.Ma non è solo vibrazione quest’arte, è traduzione visiva di un mondo di relazioni quasi elettriche che circondano la realtà più intima dell’individuo, che semplificano l’Essere, nella sua interezza, a un corpo nudo, a un fiore, a un animale. La moderna riflessione sull’energia si accosta così alla semplicità biologica del Creato. Sono principi primi accostati nella meditazione. Coppie di individui isolati diventano rari e unici nella loro solitudine, nel tormento dell’emozione. Leggi il resto di questo articolo »

Paolo Pasotto, metanaturalismo e informale

La vibrazione di una superficie scossa per un istante si fissa quasi meccanicamente sulla tela, come se fosse essa stessa a emergere, quasi indipendente, e la mano dell’artista fosse solo un mezzo, sfruttato passivamente, per sfuggire a quel ruolo di “cosa morta” che è il quadro.
Una realtà epidermica, nucleare, biologica prende terreno e si manifesta in una “carne Universale”, come la descriverà poi lo stesso autore, così sulla tela s’imprimono immagini che richiamano l’idea di città disabitate e spettrali, che incastonano paure oniriche in anse di ombra, oppure, talvolta, s’incontrano scorci di superfici cerebrali quasi monocrome ridotte all’osso da una figurazione essenziale, o immagini di entità primordiali mosse e schiacciate da un’inquietudine ansiogena che riescono a malapena a esser contenute dallo spazio del quadro. Leggi il resto di questo articolo »