La Divina Tragedia: Caravaggio

CaravaggioEra il 18 Luglio 1610 il giorno della fine di una storia. Caravaggio non aveva ancora quaranta anni. Moriva, solo, sulla spiaggia di Porto Ercole, lungo la costa meridionale del Granducato di Toscana, quasi come se finalmente la pace si abbattesse su uno spirito che non aveva trovato requie in nessun luogo, in nessun gesto.
Nel fruscio della risacca delle onde si fermava, così, il respiro dell’artista fuggiasco, del bandito, del reietto, ammorbato dalle febbri della malaria forse finito da un atto violento, si fermava l’uomo tramutato in mare, divenuto quell’Artista, che ha insegnato al mondo “la grande e moderna rivoluzione del Vero visibile svelato dalla luce”.

Il disarmante potere di una verità inaudita e totalizzante sprigiona da quella luce, che si avventa ora aggressiva come lama impietosa sulle rughe o sulle pieghe, ora morbida, riflettendosi su un chicco d’uva, su una goccia di sangue o sulla pelle di un Cristo che ha accettato il suo destino.
Desiderato e scacciato, agognato e respinto, Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, dal nome del paese nel bergamasco in cui originò la sua famiglia, ha segnato non solo un’epoca, ma anche gli stessi ritmi della storiografia moderna.
Dimenticato e misconosciuto nel corso di Settecento e Ottocento, solo nel Novecento fu oggetto della grande riscoperta di Roberto Longhi, che in una serie di memorabili scritti ripropose all’attenzione degli storici dell’arte la produzione artistica dell’inquieto pittore lombardo.

Oggi Roma, la patria madre e matrigna, la Roma che Caravaggio abitò e amò e dove si conservano i suoi dipinti più celebri: a San Luigi dei Francesi, a Santa Maria del Popolo, a Sant’Agostino, nei Musei Capitolini, alla Borghese e in Vaticano, lo ricorda con un progetto voluto da Claudio Strinati e curato da Rossella Vodret e Francesco Buranelli.
Non è solo una mostra sul vero Caravaggio, sulle sole opere assolutamente certe, ma è un viaggio che porta a conoscere la sua grandezza e riflettere sulla portata e sulla profondità delle sue invenzioni, nella limpidezza delle sole opere autografe, misurando gli apporti sui pittori contemporanei.

Ancora una volta ci si interroga proprio su questi pittori, nell’impossibilità di ravvisare nella intera produzione caravaggesca una mano diversa.

“L’unitarietà del suo stile è assoluta -scrive Strinati- ma vi sono momenti in cui non si capisce bene se agisce da solo o assistito fino a delegare. Le innumerevoli versioni della Incredulità di San Tommaso, tutte belle e tutte antiche, fanno riflettere. Le varie versioni della Cattura di Cristo nell’orto pure fanno pensare. Alcuni soggetti sono molto replicati, altri mai. Non si sa molto del giro di copie nella Roma del tempo ma è chiaro che ci dovette essere una attività frenetica”.

E poi riflettere su quella luce che dà voce al silenzio e squarcia il buio. Non è solo una luce che definisce i profili e costruisce la tridimensionalità, e nemmeno è accessoria ai fini di un bel dipingere, ma è immagine e proiezione di Dio, è luce interiore più viva ancora dei personaggi che si muovono nel quadro, è atmosfera, di raggi e polvere.

“Quando il Caravaggio studiava con Peterzano a Milano-scrive nuovamente Strinati nel saggio del catalogo della mostra edito da Skira- si era saputo che Giovanni Paolo Lomazzo, il vero grande teorico del suo tempo, era diventato cieco ormai maturo di anni e di esperienze. Ma continuava a lavorare e parlava della sua cecità come di una nuova chiave di lettura del mestiere dell’artista che vede con la mente e lotta contro il buio. Sapevano che chi non vede esalta il senso della fisicità, specie se pittore. Sente l’evidenza fisica con una potenza se possibile moltiplicata. Caravaggio imparò questo mentre Peterzano gli insegnava la pittura. Imparò che il pittore può pensare il buio e essere, nel contempo, uno che vede meglio di ogni altro. Chi non vede avendo conosciuto il bene della vista, sa rappresentare anche la dimensione della cecità, del buio e della incomprensione carica di pietà. Una sfida immane. Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, Lomazzo lo aveva metabolizzato ma se lo tenne come un segreto inconfessabile.”

Caravaggio fu uomo del suo tempo dal momento che quel tempo, almeno sotto il profilo puramente artistico, venne da lui stesso generato e plasmato con un gesto impulsivo e violento. La stessa tempra che ha disegnato le vicende della sua vita terrena, fatta di liti, donne, provocazioni e vendette accompagnò la sua passione e la sua missione d’arte.
Narrò la Verità, trascinò il racconto biblico sulle strade, tra la gente del suo tempo, con violenza e immediatezza ardì provocazioni che fecero storia e definirono persino la storiografia del pettegolezzo, ma più di tutto, modificò i profili del sentire e del vivere la pittura.
Agì scandalosamente su chi guardò le sue opere, interrogandoli e non interrogandosi, non rispose a un quesito, ma lo fece, aprì un dialogo senza tempo, tra le questioni di fede e la verità interiore di chiunque si identificasse in quelle immagini. Fu scandaloso.
E quello scandalo di arte immediata e vera che abbiamo imparato ad amare, quella luce, e quel clamore che sono racchiusi in ognuno dei suoi quadri sono lo spettacolo racchiuso nello scrigno delle Scuderie del Quirinale fino al 13 giugno.

Caravaggio
Sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica

in collaborazione con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Romano e Mondo Mostre
Roma, Scuderie del Quirinale, via XXIV Maggio, 16
20 febbraio 2010 – 13 giugno 2010
da domenica a giovedì 10.00-20.00; venerdì e sabato 10.00-22.30.
L’ingresso è consentito fino a un’ora prima della chiusura.
www.scuderiequirinale.it

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