Artemisia Gentileschi a Palazzo Reale fra brividi e violenza

artemisia Gentileschi

Artemisia Gentileschi, Firenze, Galleria Palatina

Vermiglio, nero e blu lapislazzuli, illuminati da un rosa puro o da un giallo zafferano e poi, dirompente, l’energia di donne arrabbiate, eroine furibonde, megere fatali e seducenti oppure Sante accigliate e meditabonde, dalla pelle di madreperla e lo sguardo ispirato, solitarie Maddalene chiuse in un colloquio interiore aggrappate al teschio come ad un appiglio, capelli sparsi sulle spalle e volto scorciato di tre quarti, di sotto in su.
Non è poesia quella che sprigiona del pennello di Artemisia Gentileschi, è un romanzo intenso, avvincente e violento, popolato di donne, di rabbia, di ansia e astuzia, lo si può anche leggere come un romanzo autobiografico di emancipazione dal peso di quella femminilità violata prima dal presunto stupro poi dalla vergogna del processo. Per secoli la figura artistica della Gentileschi è stata messa in relazione a questo fatto di cronaca, isolata stilisticamente all’ombra della più nota esperienza paterna, così solo oggi con l’occasione della splendida mostra di Milano, “Artemisia Gentileschi. Storia di una passione”, curata da Roberto Contini e Francesco Solinas, aperta fino al 29 gennaio, si coglie l’identità di questa artista, nella schietta forza espressiva della passione dei sensi cui Artemisia soggiacque energicamente.La sua identità di artista e donna, prende forma nel sipario di quel Seicento romano da poco stravolto dal tornado di Caravaggio, ed è proprio da questo nuovo lessico figurativo, compreso e rimeditato nel suo severo naturalismo all’interno della bottega paterna, che si muove l’artista diffondendo tra Roma Firenze e Napoli il tema femminile di eroine famose.

Diciottenne al tempo del tristemente noto processo intentato dal padre, Artemisia è chiamata a testimoniare della reiterata violenza sessuale subita dal collega paterno, Agostino Tassi, il processo ha luogo nel fervido clima religioso della Roma della Controriforma, e segna la dignità della povera parte offesa. Secondo quanto dichiarato dagli atti processuali, la violenza sarebbe avvenuta in un pomeriggio del maggio del 1611: quando Tassi respinto dalla ragazza abusò di lei. La denuncia venne tuttavia sporta dal padre solo un anno dopo, a seguito di un non ben definito furto che il Tassi avrebbe fatto ai danni del Gentileschi.

Artemisia Gentileschi Danae

Artemisia Gantileschi, Danae, Saint Louis, Saint Louis Art Museum

La macchina della diffamazione e della vergogna si mette in moto a tre anni dall’inizio dell’apprendistato di Artemisia nella bottega paterna. Nelle prime opere la predilezione del soggetto femminile pare evidentemente vincolata a una realtà di ordine pratico e cioè al fatto che a un’artista donna fosse concesso di impratichirsi esclusivamente su modelli femminili.
È del 1610 la prima opera nota, una Susanna e i Vecchioni, in cui il corpo della fanciulla pare quasi essere una virtuosa esibizione delle capacità di pennello e composizione della ragazza.
Da quell’esordio, così palpitante a date così precoci, la produzione di Artemisia, probabilmente alterata dalla tragica esperienza della violenza, si popola sempre più fittamente di donne, di cui di volta in volta, l’artista sa rendere emotività incontenibile, freddezza calcolata e intelligente sensualità. Le protagoniste sono donne le cui vite sono minacciate da uomini, donne che si emancipano brandendo spade, pugnali, chiodi, forbici. È il caso del reiterato soggetto di Giuditta e Oloferne, o di Giale e Sisara,e di Cleopatra, opere in cui è proprio la donna a condurre l’azione, quasi a dare sfogo, almeno sulla tela, a una volontà repressa.

Artemisia Gentileschi giuditta e la sua serva

Artemisia Gentileschi giuditta e la sua serva

La cosa che più stupisce trovandosi di fronte a questi capolavori è la schiettezza con cui l’immagine viene fissata sulla tela, una schiettezzaArtemisia Gentileschi., Giuditta e la fantesca Abra con la testa di Oloferne, Firenze Galleria Palatinacaravaggesca rimeditata alla luce di una cultura teatrale e figurativa straordinariamente ricca e che media nelle astuzie dell’artista la purezza di sentimenti e di emozioni in paradigmi universali, è come se lo spettatore non stesse osservando davvero quella scena, ma nel gesto fissato sulla tela leggesse l’intera struggente riflessione che ha portato a quell’attimo. Così il sangue che sgorga dalla testa di Oloferne non devia l’attenzione dal morbido broccato giallo o blu o non macchia il candido braccio, né tanto meno distoglie lo sguardo dalle gote rosee accaldate di Giuditta accigliata dalla fatica del gesto.A fare ancor di più apprezzare la visita della mostra, che indaga l’evoluzione dello stile in relazione alla peregrinante attività di Artemisia, tra Roma, Firenze e Napoli, è un’eccellente apparato didattico con pannelli esplicativi molto precisi e persino app per i-phone, che mettono a disposizione del visitatore la biografia, gli atti del processo e le appassionate missive amorose di Artemisia, informazioni pratiche e giochi per intrattenere in bambini. Assolutamente da non perdere!

 

Palazzo Reale Milano fino al 29 gennaio 2012
Catalogo a Cura di Roberto Contini e Francesco Solinas, 24 ORE Cultura
 

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